
« Il cavaliere deve cercare di assecondare in tutto i movimenti del cavallo, lasciandogli la completa libertà della testa e dell'incollatura... L'arte consiste nel non disturbare l'animale, permettendogli di bilanciarsi e di superare le difficoltà con la propria naturalezza. »
Attribuito al capitano Federico Caprilli
Il cavallo, compagno dell’uomo attraverso i secoli
Pochi destini si sono intrecciati così a fondo come quello dell’uomo e del cavallo. Fin da quando ne abbiamo sfiorato la fiera sensibilità, questo nobile alleato ha attraversato con noi battaglie, migrazioni e orizzonti sconosciuti. Più che una forza al servizio della terra, il cavallo è un’anima specchio: un legame custodito dal silenzio, alimentato dalla fiducia e da una sottile, intima comprensione.
Nel corso dei millenni, il battito dei suoi zoccoli ha impresso il ritmo alla storia, plasmando civiltà, mercati e culture. Ma oltre l’opera prestata, ciò che ne incanta il mito è un miracoloso equilibrio di potenza e grazia. Il cavallo sente il mondo e legge le nostre emozioni impercettibili; si affida e risponde non alla forza, ma al rispetto e alla chiarezza d’intento.
Oggi, in un’epoca scandita dalla fretta e dalla tecnologia, la sua presenza rimane un’oasi arcaica e pura. Il dialogo con lui non richiede parole, ma ascolto, presenza e coerenza. È proprio da questo incontro antico che nasce l’equitazione moderna: non un dominare, ma un’arte leggera fatta di complicità, respiro comune e rispetto reciproco.
1. Il dialogo a terra
L’intesa perfetta tra uomo e cavallo non comincia mai in sella, ma a terra, nel momento stesso dell’avvicinamento. Trattandosi di un animale da preda, istintivo e reattivo, ogni nostra rigidezza o movimento brusco può essere percepito come una minaccia. Per questo la relazione richiede tatto: un approccio diagonale, un passo fluido e mai frontale, mani visibili e uno sguardo morbido, capace di rassicurare prima ancora del contatto.
Costruire questo dialogo significa imparare a leggere la grammatica invisibile del suo corpo. Orecchie curiose orientate in avanti, occhi distesi, narici morbide e collo abbassato raccontano di un animale sereno e disposto all’ascolto. Al contrario, posture rigide, orecchie appiattite sul collo, sguardi spalancati o scatti della coda rivelano ansia e irritazione. È proprio nella comprensione tempestiva di questi micro-segnali che risiede l’arte dell’avvicinamento, fondamento indispensabile per creare fiducia e sicurezza reciproca.
2. Il primo contatto: quando il cavallo “accetta” l’umano
Quando il cavallo accetta la nostra presenza, lo dimostra con gesti inequivocabili: orecchie tese verso di noi, postura rilassata, capo abbassato e un passo spontaneo che riduce le distanze per annusarci. Il primo contatto fisico deve essere misurato: la mano si muove dal basso verso la ganascia, oppure si offre piatta e aperta al muso, lasciando che l’animale ne prenda confidenza prima di accarezzare le labbra chiuse, sempre attenti a prevenire morsi improvvisi. Spostare la carezza sulla fronte richiede la nostra profonda calma e vigilanza, ricordando la grande forza dell’incollatura, capace di sollevare la testa all’improvviso.
Proprio un movimento rapido e verticale del collo è un segnale chiave: il cavallo lo usa per allontanare una pressione fisica o psicologica, per manifestare fastidio verso un avvicinamento errato o semplicemente per chiedere spazio. Che sia una risposta all’allerta o un modo per scaricare una micro-tensione, interpretare questo scatto è essenziale per comprendere il suo stato emotivo e proseguire nel rispetto reciproco.
3. Il binomio Uomo-Cavallo
Il momento di salire in sella è il primo vero saggio di sintonia tra uomo e cavallo. Quando si è pronti a montare, una persona agile e allenata può affidarsi allo slancio del “balzo-appoggio”: la mano anteriore sfiora il garrese, raccogliendo le redini come un elastico pronto a cedere e tendersi, mentre la mano posteriore trova un saldo punto di sostegno sulla paletta della sella. È un’armonia di leve e coordinazione: con una spinta sincronizzata delle gambe e la trazione delle braccia, si spicca un salto bilanciato per portare il bacino il più in alto possibile, completando il movimento con la forza del tronco fino a scavalcare il seggio con la gamba posteriore e adagiarsi con leggerezza. Una volta in sella, il primo gesto di cura e sicurezza consiste nel stringere il sottopancia, preoccupandosi però di lasciare quel minimo gioco in cui possa scorrere una mano. Si passa poi alla regolazione delle staffe: durante la fase iniziale di riscaldamento è bene mantenerle le più lunghe possibili, purché consentano alla pianta del piede di esercitare una costante pressione sui metatarsi, spingendo naturalmente il tallone verso il basso in cerca di stabilità.
Solo allora ha inizio il vero riscaldamento reciproco, una fase delicata in cui il cavallo, sapiente e addestrato, comincia a “prenderci le misure” e ad ascoltare la nostra presenza. Il primo comando che gli rivolgiamo è l’invito al passo, comunicato “dando gambe”: un gesto d’intesa che si traduce in una pressione graduale e costante dei polpacci sui suoi fianchi. Quando l’animale risponde e si mette in marcia, la nostra attenzione deve farsi sottilissima, pronta ad assecondare ogni suo desiderio di estendere profondamente l’incollatura verso il basso. È un momento fondamentale: dovremo assecondare quel movimento fluido lasciando scorrere le redini tra le dita fino alla loro massima estensione, come se il cavallo cercasse di sfiorare e quasi baciare la terra con il muso. Questo esercizio di fiducia non è un semplice riscaldamento, ma il pilastro essenziale su cui si costruirà, in futuro, la preparazione al salto dell’ostacolo.
Accompagnati dal ritmo cioncolante del passo, i primi esercizi indispensabili servono a esplorare e consolidare il nostro assetto attraverso le sue posizioni più estreme. Ci piegheremo in avanti fino ad abbracciare il petto del cavallo nel punto più basso raggiungibile, quasi a sentire le sue spalle muoversi e le gambe avanzare; per converso, ci distenderemo all’indietro con fiducia fino ad appoggiare delicatamente la testa sulla groppa. Durante l’esecuzione di entrambi i movimenti, la regola aurea rimane incrollabile: le gambe devono conservarsi perfettamente verticali dal ginocchio in giù, ancore salde del nostro equilibrio. Anche i primi comandi di guida, al passo, nascono da questa semplicità primaria: avanzare e fermarsi. Le mani mantengono sulle cuoia una tensione elastica e viva, che accompagna il movimento naturale del collo. Quando desideriamo chiedere l’alt, non tiriamo, ma semplicemente “congeliamo” quel gesto oscillante che asseconda l’estensione dell’incollatura, un’azione che dalle mani ruota indietro fino alle nostre spalle. L’animale percepisce la pausa nel flusso e si arresta; a quel punto, per ripartire, basterà una nuova, misurata pressione di gambe.
Prima di avventurarci verso andature più veloci e impegnative per il nostro corpo, ci arrestiamo un istante per verificare di nuovo il sottopancia: se l’addome dell’animale si è rilassato durante i primi minuti di lavoro, stringiamo di un buco o due. Allo stesso modo, accorciamo leggermente le staffe per garantire al tallone un angolo di spinta ancora più profondo rispetto al punto d’appoggio. Il passaggio dal passo al trotto non richiede stravolgimenti, ma solo un incremento deciso della pressione delle gambe. Il trotto è un tempo ritmico e severo, in cui trovare l’armonia richiede studio e sensibilità: imparare a “battere la sella” senza cadere pesanti sulla schiena del cavallo e senza disturbare la sua azione è un traguardo che richiede addestramento reciproco. Eppure, il segreto per riuscirci risiede in un principio di una semplicità disarmante: l’assetto e l’equilibrio del cavaliere devono nascere ed essere mantenuti esclusivamente dal lavoro delle gambe, dal bacino e dal tronco. Le mani non devono MAI diventare un appiglio. Esse devono restare del tutto indipendenti dal resto del corpo, capaci di garantire all’incollatura la massima libertà di movimento in qualsiasi andatura. Le braccia e le mani sono il tramite sensibile capace di trasformare rigide strisce di cuoio in un elastico vivo.
Quando la sintonia cresce, siamo finalmente pronti ad accedere all’andatura più affascinante ed evocativa: il galoppo. Trovandoci in maneggio, mentre battiamo la pesta al trotto con cadenza regolare, per chiedere la transizione al galoppo basterà “trattenere” la mano esterna e, nello stesso istante, spronare il cavallo con una spinta decisa delle gambe. Questa combinazione di segnali invita naturalmente l’animale a rompere al galoppo partendo con l’anteriore interno, esattamente come richiede la corretta tecnica equestre. Una volta conquistata l’andatura richiesta, la nostra preoccupazione prioritaria tornerà a essere la custodia dell’assetto: le gambe si mantengono verticali, i piedi pressano saldamente sulle staffe, mentre con i polpacci “abbracciamo” il costato del cavallo mantenendo il busto eretto. Con il tempo e la sensibilità, il bacino imparerà ad assecondare la tridimensionalità del movimento, assorbendone la spinta. La ricerca della maestria passerà poi attraverso i continui esercizi di transizione: imparare a passare con fluidità dal galoppo al trotto, dal trotto al passo, e viceversa, senza mai perdere l’equilibrio.
Quando infine decidiamo di condurre il cavallo di fronte a un ostacolo, dobbiamo aver raggiunto quella profonda intesa che definisce il vero binomio. Abbandoniamo la linea della pesta impostando un galoppo “controllato” e misurato — il minimo indispensabile sopra un trotto vivace — e con una volta dall’ampio raggio ci dirigiamo verso il centro della barriera. In questa fase di avvicinamento cercheremo di “comprimere” l’andatura del cavallo, trattenendo il galoppo per accumulare energia potenziale fino a raggiungere la distanza ideale dalla quale l’animale possa prepararsi allo stacco. Giunti a quel punto cruciale, daremo gambe con determinazione e getteremo il nostro cuore, insieme al suo, OLTRE l’ostacolo. Durante il volo, l’assetto deve mantenersi impeccabile: le mani, completamente libere e cedevoli, consentiranno all’incollatura di distendersi alla massima estensione, mentre noi ci cureremo unicamente di preservare il baricentro del tronco, evitando di sbilanciarci in avanti o cadere indietro. Solo dopo l’atterraggio, dall’altra parte della barriera, recupereremo il contatto con le redini in modo fluido e progressivo.
È nel momento in cui tutti questi gesti perdono la loro rigidità e diventano respiro comune che ci si rende conto, con intima meraviglia, di cosa significhi davvero essere un’unica entità con il proprio cavallo.
Bibliografia essenziale
Giubbilei, Carlo, Federico Caprilli: Vita e scritti, Roma, Tipografia Cooperativa Sociale, 1909 (Riedizione: Milano, Edizioni Equestri - Ediber S.p.A.).
PUBLISHER
- A cura di: Andrea per mensiva.it
- Immagine di copertina: Immagine di artista di strada sconosciuto, rielaborata a partire da un prompt scritto per Nano Banana 2 da Andrea - mensiva.it