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La Foire aux Immortels

Alt L'apparizione del Dio Horus

« Parigi - primi di marzo del 2023 - (...) la divisione della città in due settori, ineguali sotto tutti i punti vista, sembra ormai sempre più irreversibile... il primo che comprende il centro città, ospita i ceti privilegiati, un'imponente milizia e la classe dirigente - Il secondo che circonda il primo, si stende a perdita d'occhio ed è divenuto, dopo l'apertura di un enorme astroporto il luogo di ritrovo di avventurieri ed extraterrestri di tutti i generi (...) Alla finta euforia per la prossima scadenza elettorale, si è venuto ad aggiungere un diffuso sentimento di disagio, dovuto alla misteriosa apparizione al di sopra dell'astroporto di un'imponente astronave dalla curiosa forma a piramide. L'inquietudine generale si accresce (...)»

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Un incontro con gli immortali

Ankara, 1983. Ospite a casa di amici francesi, mi capita tra le mani una rivista di fumetti. Leggo il francese con naturalezza, e dopo una scorsa veloce decido di dedicarle l’attenzione che merita. In quegli anni ho un mio rituale: leggere sdraiato sul letto, un guanciale ben sistemato sotto la testa, gli occhi pronti a tuffarsi nelle tavole con quella concentrazione rapita che solo l’adolescenza concede. Ogni dettaglio grafico sembra amplificarsi davanti a me.

La rivista ha un formato medio‑grande e soprattutto è a colori. Mi accorgo subito che le storie pubblicate non sono complete: frammenti, estratti, anticipazioni. Mentre la sfoglio senza un ordine preciso, cercando il punto da cui iniziare la lettura, qualcosa mi colpisce. Una tavola, poi un’altra: atmosfere decadenti, un realismo che sconfina nel fantastico. Uno stile ipnotico, diverso da tutto ciò che avevo visto fino a quel momento.

La Foire aux Immortels.
Già il titolo sembra racchiudere un intero universo: il fantastico e il grottesco, il mito e la rovina. Immergendomi nelle prime pagine, catturato da inquadrature costruite con la precisione di un regista visionario, inizia il mio viaggio. Un salto nel futuro, dentro una Parigi fredda, inquietante, bellissima e terribile. Una Parigi che conoscevo già, ma che nelle tavole appare trasformata: più cupa, più vasta, più inquieta. Una città reale e insieme immaginaria, spaventosa e indimenticabile.
Una Parigi immaginata come un organismo malato: non semplice scenario futuristico, ma monito politico, caricatura feroce del presente.

Poi, sopra l’astroporto, arriva la piramide. Immensa, sospesa nel cielo, come un monumento impossibile che sfida ogni logica. Non è un’astronave nel senso classico: è un simbolo, un presagio, un oggetto antico precipitato nel futuro. La sua sola presenza basta a far capire che qualcosa, in quel mondo, si è spezzato da tempo. Una geometria impossibile che si posa sulla città come un giudizio.
Gli dei egizi non sono entità spirituali: sono potenze politiche, figure grottesche, burocrati cosmici che trattano con il potere terrestre come ambasciatori di un impero decaduto.

E mentre ancora cerco di capire cosa sto guardando, la storia mi porta altrove: nel gelo dello spazio, dove un uomo — Alcide Nikopol — un disertore che ha rifiutato la guerra e ha pagato con trent’anni di ibernazione, sta tornando sulla Terra. Il suo ritorno non è un risveglio: è una caduta. La capsula non scende, precipita. Una caduta lenta, inevitabile, come se fosse stata decisa da qualcun altro. E quando si schianta nel métro, le tavole esplodono in un silenzio assordante: palette desaturata, colori freddi, linee spezzate, un corpo che si frantuma insieme al suo passato.

Ed è lì che compare Horus. 2

Non come apparizione mistica, ma come presenza concreta, fisica, quasi scomoda. Un dio antico, ribelle, arrogante: un predatore. E la sua decisione di “entrare” in Nikopol non ha nulla di spirituale. È strategia. È opportunismo. È un dio che sceglie un uomo come si sceglie un’arma.

La gamba di metallo — un pezzo di binario del métro — è una delle immagini più potenti del volume: tecnologia brutale come cicatrice, non come progresso.

L’invasione mentale

Horus ha già tentato di possedere altri esseri umani, fallendo ogni volta.
Corpi troppo fragili, menti troppo strette: il rigetto è totale, collasso, follia.
Nikopol invece resiste.
Non perché sia più forte, ma perché è spezzato nel modo giusto: trent’anni di ibernazione, la caduta, la protesi improvvisata, la perdita di identità.
Tutto questo ha scavato in lui un vuoto, uno spazio dove Horus può insinuarsi senza distruggere tutto.

La loro fusione non è un dono, non è un superpotere, non è una trasformazione spettacolare:
è un’invasione.
Una coabitazione forzata, instabile, che vibra in ogni tavola.

Intanto, sopra la città, gli dei negoziano con il potere politico. Non fantascienza nel senso classico: ma politica, satira, grottesco. Il dittatore Choublanc, con la sua propaganda e la sua ossessione per l’immortalità, sembra uscito da un incubo televisivo. E gli dei, invece di essere saggi o misteriosi, sono burocrati cosmici, arroganti, capricciosi.

La Parigi del 2023 è un teatro politico grottesco. Choublanc è in piena campagna elettorale: comizi come spettacoli, ministri marionette, generali figuranti. Tutto costruito per mostrare forza, ordine, disciplina. Ma la città è nervosa, stanca, piena di tensioni che nessuno riesce più a nascondere.

Horus osserva tutto questo con disprezzo antico.
Vuole riprendere il controllo, ribellarsi agli altri dei.
Per farlo, ha bisogno di potere.
E per ottenere potere, ha bisogno di visibilità.

La partita di hockey

È qui che si inserisce uno dei momenti più surreali e memorabili: la partita di hockey.
Non sport: propaganda.
Un rituale politico, una dimostrazione di forza.
Horus capisce il valore simbolico dell’evento e decide di usarlo come trampolino.

Nikopol entra in campo come outsider.
Quando il disco tocca il ghiaccio, non è più Nikopol che gioca: è un dio.
La partita diventa una danza brutale, una dimostrazione di potenza sovrumana.
Il pubblico esplode, i giornalisti si accalcano, il regime osserva.

È il primo passo della scalata di Horus:
un dio che conquista visibilità non con un miracolo, ma con una partita di hockey.

Choublanc, il prestigiatore

Nel dopo partita, Choublanc è costretto a convocare l’asso della squadra avversaria.
È una maschera, un attore che recita la parte del salvatore della nazione.
La sua propaganda è teatrale, circense.
Durante i comizi levita davanti ai giornalisti: non potere soprannaturale, ma trucco scenico.
Un potere che non governa: si esibisce.

Il linguaggio grafico

Bilal costruisce personaggi come figure teatrali, quasi barocche.
Volti truccati con ciprie pallide e ombreggiature settecentesche.
Divise eleganti, rigide, cerimoniali.
Una Parigi distopica che è anche palcoscenico.
Palette fredda, metallica: blu, verdi, grigi.
Tavole illuminate da neon e riflessi industriali.
Un’estetica che unisce decadenza aristocratica e futuro industriale.

La manipolazione mentale di Choublanc

Uno dei momenti più potenti del volume: Horus, attraverso Nikopol, manipola la mente del dittatore.
Non attacco fisico: colpo di teatro mentale.
Choublanc cede davanti alle telecamere, abdica, si arrende.
Umiliazione pubblica, rovesciamento simbolico del potere.

Nikopol — o meglio, Horus dentro Nikopol — diventa una figura che nessuno può ignorare.

Il buio improvviso

E poi, all’improvviso, tutto si ferma.
Non un finale, non una pausa: un buio improvviso, netto, totale.
Come essere al cinema, immerso in un film che ti risucchia, e all’improvviso le luci si spengono, il proiettore tace, il generatore non parte.

La rivista finisce.
Le tavole si interrompono.
La storia si chiude a metà.

Anni dopo, ritroverò quel volume in libreria.
Era rimasto lì, in attesa.
E io, finalmente, posso rientrarci.


Altre opere (cenni essenziali e commentati)

La Femme Piège (1986)

Alt La Femme piège 3

Il secondo volume, della stessa trilogia di Nikopol, cambia tono, ritmo e prospettiva.
Se La Foire aux Immortels è una storia dominata da Parigi, dalla politica e dagli dei, La Femme Piège sposta il baricentro su Jill Bioskop, una delle figure più enigmatiche e affascinanti dell’universo di Bilal.

Jill è una giornalista, una donna che vive in un mondo frammentato, dove la memoria è instabile e la verità è un oggetto che si deforma. Il suo volto truccato — ancora più marcato, quasi una maschera — diventa simbolo di un’identità che si costruisce e si distrugge continuamente.
Il volume è più intimista, più psicologico, più urbano: una deriva attraverso città diverse, camere d’albergo, aeroporti, luoghi di passaggio.

Nikopol riappare, ma come figura sfuggente, quasi un fantasma che attraversa la vita di Jill.
Horus è ancora presente, ma meno dominante: la possessione diventa un rumore di fondo, una tensione che non esplode ma che continua a deformare la realtà.

Il tema centrale è la memoria:

  • memoria personale
  • memoria politica
  • memoria del corpo
  • memoria del trauma

Bilal costruisce un mondo dove ricordare è un atto doloroso, e dimenticare è un atto di sopravvivenza.

Froid Équateur (1992)

Il terzo volume della trilogia di Nikopol è la chiusura del cerchio, la sintesi finale dei temi della trilogia.
È il più ampio, il più complesso, il più “globale”: la storia non è più confinata a Parigi, ma si apre a un mondo in trasformazione, segnato da mutazioni, tensioni climatiche, derive politiche.

Nikopol, Jill e Horus tornano a incrociare i loro destini, ma non più come nel primo volume:

  • Nikopol è un uomo che tenta di recuperare ciò che resta della sua identità
  • Jill è una figura tragica, sospesa tra lucidità e smarrimento
  • Horus è un dio che ha perso il controllo, sempre più vicino alla caricatura di sé stesso

Il tema dominante è la mutazione:
mutazione del corpo, della mente, della società, della politica.
Bilal porta alle estreme conseguenze la fusione tra mito e futuro, tra satira e tragedia, tra grottesco e sublime.

Il finale della trilogia è volutamente ambiguo, aperto, non consolatorio.
Non offre risposte, non chiude le ferite, non ricompone i frammenti.
È una conclusione che non rassicura, ma che amplifica la potenza dell’intero ciclo: un mondo che non può essere risolto, solo attraversato.

Le collaborazioni con Pierre Christin

Bilal e Christin formano una delle coppie più importanti della BD europea.
Le loro opere sono politiche, lucide, taglienti, spesso profetiche.

  • Les Phalanges de l’Ordre Noir (1979)
    Thriller politico che attraversa la memoria della guerra civile spagnola.
    Cupo, asciutto, magistrale.

  • Partie de Chasse (1983)
    Una riflessione sul potere sovietico, raccontata attraverso una battuta di caccia.
    Uno dei capolavori assoluti della BD contemporanea.

  • La Croisière des Oubliés / Le Vaisseau de Pierres / La Ville qui n’Existait Pas
    La trilogia dell’“epopea fantastica”: politica, fantascienza e allegoria in equilibrio perfetto.

La Tetralogia del Monstre (1998–2007)

Il ciclo più personale e doloroso di Bilal, segnato dal trauma della guerra nei Balcani.

  • Le Sommeil du Monstre
    Introduce Nike Hatzfeld, nato il giorno della guerra di Sarajevo.
    Memoria e identità come ferite aperte.

  • 32 Décembre
    La memoria diventa labirinto, la realtà si frantuma.

  • Rendez-vous à Paris
    L’Europa come teatro di tensioni culturali e politiche.

  • Quatre?
    Conclusione enigmatica, sospesa, quasi metafisica.

La trilogia “Coup de Sang” (2009–2014)

Un mondo devastato dal clima, dalla mutazione, dalla perdita di riferimenti.

  • Animal’Z
    Un’umanità ridotta a sopravvivere in un paesaggio liquido e ostile.

  • Julia & Roem
    Una tragedia shakespeariana in un mondo post‑apocalittico.

  • La Couleur de l’Air
    Conclusione visionaria, dove la mutazione diventa linguaggio.

Il cinema di Bilal

Bilal non è solo fumettista: è regista, scenografo, creatore di mondi visivi.

  • Bunker Palace Hôtel (1989)
    Distopia claustrofobica, estetica cupa, atmosfera da fine del mondo.

  • Tykho Moon (1996)
    Fantascienza poetica, surreale, profondamente bilaliana.

  • Immortal (ad vitam) (2004)
    Adattamento libero della trilogia Nikopol: un esperimento visivo unico, imperfetto ma affascinante.

Altre opere e progetti

  • Exterminateur 17 (con Dionnet)
    Fantascienza filosofica, uno dei primi lavori che mostrano la sua estetica futura.

  • Le Sarcophage (con Christin)
    Una riflessione sul potere e sulla propaganda.

  • Mostre, cataloghi, opere pittoriche
    Bilal è anche pittore: le sue esposizioni (Louvre, Pompidou, Fondation Cartier) mostrano la continuità tra tavola e tela.


Biografia dell’autore

Origini e infanzia

Enki Bilal nasce il 7 ottobre 1951 a Belgrado, nella Jugoslavia socialista.
Il suo nome di nascita è Enes Bilanović.
La sua famiglia è un mosaico culturale: padre bosniaco, madre ceca. Questa pluralità di radici — balcaniche, slave, mitteleuropee — diventerà una delle chiavi della sua sensibilità artistica, sempre sospesa tra identità diverse e memorie in conflitto.

Nel 1961, quando Bilal ha nove anni, la famiglia si trasferisce a Parigi, dove il padre aveva ottenuto asilo politico. Qui Enki cresce in un ambiente completamente nuovo: una capitale culturale, un crocevia di arti, cinema, fumetto, teatro. Nel 1967 la famiglia ottiene la cittadinanza francese.
Questa doppia appartenenza — jugoslava e francese — resterà per sempre nel suo lavoro.

Formazione e primi passi nel fumetto

A Parigi frequenta la École Nationale Supérieure des Beaux-Arts, ma la svolta arriva presto: nel 1971 vince un concorso della rivista Pilote, fondata da René Goscinny e Jean-Michel Charlier.
È il suo ingresso ufficiale nel mondo della BD francese.

Nel 1972 pubblica la sua prima storia, Le Bol Maudit, proprio su Pilote.
Nel 1973 inizia a collaborare con Métal Hurlant, disegnando Exterminateur 17 su testi di Jean-Pierre Dionnet.
Sono anni di sperimentazione: Bilal assorbe la cultura visiva del fumetto europeo, ma anche il cinema, la fotografia, la pittura.

L’incontro con Pierre Christin

Nel 1975 incontra lo sceneggiatore Pierre Christin, con cui nasce una delle collaborazioni più importanti della storia del fumetto europeo.
Insieme realizzano:

  • L’Appel des Étoiles
  • Les Phalanges de l’Ordre Noir
  • Partie de Chasse

Opere politiche, lucide, eleganti, che fondono reportage, allegoria e satira.
Questa fase è fondamentale: Bilal affina il suo linguaggio grafico e la sua capacità di raccontare il potere.

La trilogia Nikopol e la consacrazione

Nel 1980 Bilal pubblica La Foire aux Immortels, primo volume della Trilogia Nikopol, seguito da:

  • La Femme Piège (1986)
  • Froid Équateur (1992)

La trilogia diventa un classico immediato: un’opera che fonde fantascienza, politica, mito, teatro, satira, e un’estetica visiva senza precedenti.
Nel 1987 Bilal riceve il Grand Prix del Festival di Angoulême, il più prestigioso riconoscimento europeo nel fumetto.

Cinema, teatro, pittura

Bilal non è solo fumettista: è un artista totale.

  • Cinema:

    • Bunker Palace Hôtel (1989)
    • Tykho Moon (1996)
    • Immortal (ad vitam) (2004), tratto dalla trilogia Nikopol, vincitore di due premi agli European Film Awards (https://it.wikipedia.org/wiki/Enki_Bilal)
  • Teatro e opera:
    Costumi, scenografie, progetti visivi per opere contemporanee e balletti.

  • Pittura e mostre:
    Espone al Palais de Tokyo, al Louvre, alla Fondation Cartier, e in numerose città europee.
    Le sue mostre attirano decine di migliaia di visitatori.

Le opere successive

Dopo Nikopol, Bilal continua a espandere il suo universo:

  • Tetralogia del Monstre (1998–2007)
  • Trilogia Coup de Sang (2009–2014)
  • Les Fantômes du Louvre (2012)

Opere che affrontano memoria, guerra, identità, mutazione, clima, tecnologia.
Il suo stile diventa sempre più pittorico, materico, quasi cinematografico.


Riconoscimenti e premi

Nel corso della sua carriera, Enki Bilal ha ricevuto numerosi premi che testimoniano la sua importanza nella storia del fumetto europeo e della cultura visiva contemporanea. I riconoscimenti coprono ambiti diversi — fumetto, arte, cultura — e mostrano come la sua opera abbia influenzato generazioni di lettori, artisti e critici.

  • Yellow Kid Award (1976)
    Uno dei premi internazionali più prestigiosi del fumetto, assegnato al Salone Internazionale dei Comics di Lucca. Segna il primo grande riconoscimento della sua carriera.

  • Prix Saint-Michel (1980)
    Premio belga storico, attribuito alle migliori opere della BD franco-belga. Conferma la maturità artistica di Bilal all’inizio degli anni ’80.

  • Grand Prix de la Ville d’Angoulême (1987)
    Il più importante premio europeo del fumetto. Con questo riconoscimento Bilal entra ufficialmente nel pantheon degli autori fondamentali della BD.

  • Adamson Award (1999)
    Premio svedese assegnato ai migliori autori di fumetto internazionali. Riconosce la portata globale della sua opera.

  • Attilio Micheluzzi Award
    Premio italiano del Napoli Comicon, assegnato a figure di rilievo nel fumetto contemporaneo.

  • Chevalier de l’Ordre National du Mérite (2010)
    Onorificenza della Repubblica Francese che premia il contributo culturale e artistico del suo lavoro.

  • Officier des Arts et des Lettres
    Titolo conferito dal Ministero della Cultura francese agli artisti che hanno contribuito in modo significativo alla diffusione dell’arte e della cultura.

  • Chevalier de la Légion d’Honneur (2022)
    La più alta onorificenza civile francese. Un riconoscimento che consacra Bilal come figura centrale della cultura europea.

Questa serie di premi, distribuiti nell’arco di quasi cinquant’anni, mostra la continuità e la profondità del suo percorso artistico: Bilal non è solo un autore di fumetti, ma un creatore di mondi, un artista totale che ha saputo attraversare linguaggi diversi — BD, cinema, pittura — lasciando un’impronta indelebile.


Una foto dell’autore

Enki Bilal 20100328 Salon du livre de Paris 5

Licensing: via Wikimedia Commons https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Enki_Bilal_20100328_Salon_du_livre_de_Paris_5.jpg#Licensing


Note

1.
Enki Bilal, La Foire aux Immortels, Première édition Dargaud Éditeur, Copyright © 1980 Dargaud Éditeur, Deuxième édition Copyright © 1990 Les Humanoïdes Associés; Enki Bilal, La Fiera degli Immortali, Copyright © 1993 Editori del Grifo ↩

2. Horus, nella trilogia Nikopol, non corrisponde esattamente alla figura solare e regale dell’Horus falco venerato nell’Antico Egitto come protettore del faraone. Bilal si ispira piuttosto a una versione più arcaica e ambigua del dio: Horus il Vecchio (Haroeris), divinità ribelle, guerriera, spesso in conflitto con gli altri dei e con la stessa Maat. Questa variante, meno “istituzionale” e più selvaggia, permette a Bilal di trasformarlo in un’entità predatoria, ironica, capricciosa, lontana dalla sacralità solare e molto più vicina a un dio decaduto, costretto a muoversi tra gli uomini per recuperare potere. Il risultato è un Horus che conserva l’iconografia del falco, ma ne ribalta il significato: non più simbolo di regalità, bensì forza anarchica, strategica, manipolatrice — perfettamente coerente con il tono satirico e grottesco dell’opera. ↩

3.
Immagine di copertina, Enki Bilal, La Femme Piège, Première èdition Dargaud Éditeur, Copyright © 1980 Dargaud Éditeur, Deuxième édition Copyright © 1990 Les Humanoïdes Associés ↩

DISCLAIMER

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PUBLISHER

  • A cura di: Andrea per mensiva.it
  • Immagine di copertina: Immagine di fantasia, Alcide Nikopol e il dio Horus, realizzata a partire da un prompt scritto per Nano Banana 2 da Andrea - mensiva.it